Ritorno alle Origini ~ 05/01/2018

RITORNO ALLE ORIGINI

Fin da piccola un qualcosa di profondo, istintivo, irrefrenabile, un impulso inspiegabile mi ha spinto verso i cani. Tutta la mia storia ha contribuito a legarmi ad essi e non so più se sono stata io a scegliere di legare il mio cammino ad essi o loro ad accompagnarsi a me, come, forse, in una dimensione avvolta nelle nebbie del tempo, il primo cane e il primo uomo si sono legati in un vincolo indissolubile.

Così mentre trascorrevo le mie giornate di bambina un po’ selvatica con il mio primo cane, un cocher spaniel, correndo in mezzo ai prati o immersa nella lettura di qualche libro, ho cominciato a studiare questi figli del lupo che tanto mi affascinavano. A dieci anni con in una mano il Manuale di addestramento di Arnoldo Fatio (che ancora conservo) e nell’altra il guinzaglio di Kalì mi esercitavo nella Condotta, nel Terra e nel Richiamo. Nel frattempo divoravo Zanna Bianca, Il libro della Jungla, Addio Lady, Jerry delle Isole, Il richiamo della foresta e Torna a casa Lassie.

Sognavo cani e cavalli e lupi e orsi e falchi.

In prima media ho iniziato ad assemblare a fascicoli la mia prima Enciclopedia delle Razze canine e mentre collezionavo insufficienze in storia e matematica il mio cervello catalogava e memorizzava gli standard di un numero impressionante di tipi di cani.

E insieme alle razze mi appassionavo alla loro storia e a quella dei popoli che avevano condiviso la loro esistenza con esse, contribuendo ad una selezione basata sulla pragmatica necessità di sopravvivere; popoli ai quali non interessava tanto la forma quanto la sostanza.

Lì ho iniziato a capire anche che la bellezza in una razza non è estetica ma funzionale. Anche vivendo con i cavalli ho iniziato a guardare un animale per come è costruito in base al lavoro che deve svolgere.

E dentro ad un corpo costruito per svolgere compiti specifici ci deve essere un cervello che permetta a questo corpo di esprimersi al meglio. Che ce ne facciamo di un levriero che non ha voglia di correre? O di un terrier pavido che non sente il richiamo go to the earth? O di un cane da pastore senza predazione controllabile?

Le razze mi sono entrate nel sangue e ho sempre portato avanti un discorso di purezza: purezza intesa come conservazione di un patrimonio genetico unico ma anche delicato.

Negli ultimi anni, tuttavia, ho dovuto confrontarmi con il lato oscuro delle razze allevate in purezza. Purtroppo la maggior parte delle persone occidentali non devono più cacciare o proteggersi dai lupi per sopravvivere e quindi non hanno più bisogno di un cane davvero in grado di svolgere queste funzioni. Tuttavia, il richiamo della foresta è ancora presente in molte persone anche se edulcorato e avvilito. Vogliamo al nostro fianco cani dall’aspetto temibile per compensare le nostre debolezze. Vogliamo cani che ci facciano apparire forti, invincibili, appena usciti dalla jungla o pronti per combattere un drago e non sappiamo essere leader neanche di un chihuahua.  E così per soddisfare le richieste di questi happy hour men e per non contemporaneamente creare scie di sangue e crime scene in ogni dove, che si allevano cani che hanno l’aspetto che viene loro richiesto ma con la passione sopita e la taglia ridotta. Mastini del Tibet pronti per un loft di Milano non possono essere “grandi come un asino e dal latrato potente come un gong tibetano” tanto per fare un esempio! Inoltre per soddisfare la richiesta di cuccioli delle razze più in (Jack Russel Terrier, Akita americani, Shiba inu, Labrador Retriever, Bouledogue francesi ecc.) e per far sì che i soggetti prodotti vincano sui red carpet delle Expo l’ultima cosa che viene considerata è quella famosa bellezza funzionale. E via con Pastori Tedeschi sempre più curvi, con Basset Hound i cui attributi maschili durerebbero ben poco sulla pista di un cervo ferito, con Bearded collie che fuggono davanti ad una pecora e con Setter Gordon talmente pelosi che resterebbero per sempre intrappolati nelle eriche selvagge alla prima uscita di caccia alle grouse.

E non voglio dare che un accenno alla terrificante incidenza di malattie autoimmuni, degenerative, all’accorciamento drastico della speranza di vita delle razze più di moda. All’incapacità di riprodursi senza aiuto umano, alle deficienze nella libido dei maschi e delle competenze materne nelle femmine. Ma tanto a chi importa?

Si, a qualcuno importa. A me importa. Agli amanti veri dei cani importa. Ai pastori importa. A quei pochissimi che ancora devono cacciare per vivere.

A tutti dovrebbe importare. Anche alla signora di città, che compra un Westie e non sa che vicino ha un potenziale killer di volpi e lo costringe a vivere obeso su un divano e a sporcare sui pannoloni come un povero invalido e lo sgrida pure quando il suo “amato” beniamino finalmente riesce ad ammazzare un topo o a rotolarsi su una cacca di vacca.

E così, al compimento del mio sessantesimo anno di età, ho deciso, guardando Smilla, la mia lajka di 13 anni, che corre ancora come una gazzella o Drover, il mio Aussie di 10 anni che non avrebbe mai vinto in uno show di bellezza ma che non ha MAI avuto neanche un’otite, che passerò il resto della mia vita nella ricerca di quei tipi di cani ancora non sfruttati e non finiti nei gironi infernali del Business Globale.

Ricordatevi che Razza è una convenzione sociale formatasi nel 19esimo secolo quando si cercavano cani disperatamente specialistici. Il DNA non mente. Un bassotto e un levriero sono lo STESSO animale. Non dico che le razze non vadano protette ma bisognerebbe avere il coraggio di rompere i colli di bottiglia genetici e RITORNARE ALLE ORIGINI, bisogna inserire sangue fresco nelle razze che stanno già percorrendo il miglio verde e non il red carpet!!!! Almeno per quelle razze che ancora hanno “cugini di campagna” non blasonati, gli allevatori potrebbero ricorrere ad incroci in outcross. E poi i test di attitudine veri dovrebbero essere un must! Basta con la ricerca dei cani perfetti per Barbie e Ken, sporchiamoci le mani e ripartiamo da zero prima che sia troppo tardi!

 

Daniela Castellani

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