Ricordi dal Rifugio del Cane – parte 4 – Paranormal Files

greatdane

Ho parlato del Gatto infermiere. Era un classico trovatello soriano grigio a strisce nere. Non aveva nulla di particolare. Eppure sapeva sempre quale cane sarebbe sopravvissuto e quale no. E lui sceglieva di stare fino all’ultimo con quello che non ce l’avrebbe fatta. Perché? E come poteva sapere?

E che dire di Skorpio, un anziano bouledogue francese sovrappeso che mi veniva lasciato spessissimo dal suo padrone a causa dei suoi frequenti viaggi? Io non venivo mai preavvertita del ritorno dall’uomo, no, ma dal cane sì.
Skorpio, che mediamente passava le giornate ronfando sul cuscino, un’ora esatta prima che il suo amato umano arrivasse a prenderlo entrava in una sorta di iper eccitazione. Saltellava, uggiolava, ansimava e mi guardava! Non ha mai sbagliato.

Blanco, un purosangue che aveva passato la vita salendo e scendendo dai van per raggiungere i campi di gara senza mai creare nessun problema, docile come un agnellino, la volta che, ormai vecchio, doveva venir caricato non per andare al campo ostacoli ma per essere portato al macello, si rifiutò, impennandosi e scalciando, riuscendo a spezzare perfino la longhina.

La cocherina della mia infanzia, Kalì, il giorno 6 maggio 1976 non uscì da sotto la panca nemmeno richiamata dall’odore del cibo, cosa che ci aveva fatto preoccupare alquanto. Eppure lei stava solo avvertendo qualcosa di terrificante che sarebbe successo alle nove di sera: il terremoto in Friuli.

E con lei quanti cani, gatti, asini, mucche, cavalli fuggendo dalle stalle, dai cortili, dalle aie, ululando, agitandosi hanno in qualche modo cercato di avvertire i loro compagni umani, come al solito ciechi e sordi, durante le ore precedenti all’orribile sera in cui crollò il monte Patoc nell’invaso della diga del Vajont?

Un pomeriggio caldo e assolato stavo schiacciando un pisolino e feci un sogno, anzi sembrava un vero incubo. In una nebbia fitta vedevo un enorme cane grigio correre verso di me.
Sembrava affaticato e sofferente. Mi svegliai di colpo, madida di sudore.
Senza pensarci un attimo balzai in macchina e, seguendo un inspiegabile impulso, mi diressi lungo una strada provinciale che costeggiava la ferrovia.

Dopo neanche un chilometro la vidi. Una grande femmina di alano, color piombo, correva lungo i binari nel caldo rovente. Frenai e scesi dall’auto.
La chiamai: ”Ehi,cane,vieni vieni qui!”.
Incredibile, l’alano si bloccò, girò la testa verso di me, mi fissò un istante e… si mise a correre nella mia direzione!

Aprii il portellone posteriore della mia FIAT 128 familiare verde e oplà! L’alana, come se l’avesse sempre fatto, una volta in auto si distese ansimante e mi permise di toccarla ed esaminarla. Era una femmina che doveva aver da poco partorito, le mammelle turgide e gonfie di latte, coperta di ferite fresche e cicatrici antiche, magra da far paura. Mentre guidavo verso la clinica del dott.Schiavi, la danese mi appoggiò il muso su una spalla, fiduciosa.
Eh, già, perché io e lei ci eravamo già incontrate in sogno.

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