Ricordi dal Rifugio del Cane – parte 3

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In quei giorni le cose non erano tutte così organizzate come adesso, la burocrazia aveva ancora una faccia umana, ci si poteva ancora muovere su una border line tra la legalità e chiudere un’occhio, se la situazione lo richiedeva. Parlo ovviamente di situazioni che avevano i cani maltrattati come protagonisti!!

La mia carissima amica Carla, anche lei volontaria del Rifugio, aveva scoperto che in una vecchia casa un po’ spettrale nella via dove anche lei abitava, ad un passo dal Cimitero, due cani stavano perennemente soli, legati ad un metro di catena. Questo per noi era inaccettabile. Così iniziammo ad indagare. Domande buttate là ai vicini, ore di appostamenti ecc. Scoprimmo che il proprietario dei cani , un abituè delle patrie galere, se ne era andato da circa due mesi.
I cani sopravvivevano perché la gente intorno, quando era stanca di sentirli abbaiare, lanciava loro del cibo. Bevevano se pioveva.
No, dovevamo intervenire.

All’epoca il direttore sanitario ASL era il benemerito Dott.Della Savia, che andai immediatamente a trovare. Sapeva benissimo chi ero e quando raccontai cosa stava accadendo in quella villetta cadente mi disse (testuale): ”Cara Daniela, io ho le mani legate ma… lei no. Noi due non ci siamo mai visti. Faccia quello che ritiene opportuno!” e mi strizzò un occhio.

Non mi serviva altro. Radunai Carla e Tiziana, altra amica, e studiammo un piano. Saremmo penetrate nel giardino abbandonato con delle cesoie, avremmo offerto ai cani del cibo per farceli amici, li avremmo sciolti e ce li saremmo portati via!

Ma vi immaginate la scena!?
Attendemmo il crepuscolo. Carla brandiva dei tronchesini, io i guinzagli e Tiziana reggeva una pignatta colma di pappa. Quatte quatte aprimmo un varco nella rete e op, eravamo dentro.

Girato l’angolo della facciata anteriore della casa ci ritrovammo davanti ad uno spettacolo indegno. Legate a due vecchie lavatrici due cagne di grossa taglia ci fissavano stupefatte. Avevano le costole fuori, il pelo si staccava a ciocche, tutto puzzava di escrementi. Una era una specie di pastore belga nero con il muso incanutito dall’età, l’altra una lupetta color sabbia che sembrava molto giovane. Appena l’odore del cibo raggiunse le loro nari l’espressione cambiò e si slanciarono verso di noi per tutta la breve lunghezza delle loro catene. Io, scioccamente, con la padella in mano mi accinsi a versare un po’ della pappa in una ciotola con un cucchiaio di legno. Più veloce del lampo la giovane cagna rossa afferrò l’attrezzo sporco di riso e carne, lo spezzò con i molari e lo ingoiò in un colpo solo!!!
Mi affretto a specificare che la cagnolina non patì alcuna conseguenza fisica, penso che i succhi gastrici disintegrarono letteralmente il povero cucchiaio di legno!

Tranciammo le catene, mettemmo collari e guinzagli alle due prigioniere e via…attraverso lo stesso buco nella rete dal quale eravamo entrate.

Appena a casa di Carla prendemmo una decisione. Carla avrebbe tenuto la più anziana per sempre e l’avrebbe chiamata Clo mentre io avrei ospitato l’altra solo per un periodo prima di portarla al Rifugio del Cane dato che a casa mia in quel periodo oltre a me e al mio ragazzo di allora, vivevano il mio cane misto collie Huck, una cagna collie recuperata Kelly, Capitan Morgan il gatto con una zampa amputata, Nighile e Trementina le altre due gatte, Kehaar, il gabbiano senza un’ala e due albanelle reali nidiacee salvate dall’incontro con una mietitrebbia e che stavo riabilitando in attesa di liberarle.

Le belle storie hanno sempre un seguito e questa non fa eccezione. Una volta curata la cagnetta rossa andò in Rifugio e venne adottata. Passò circa un anno. Un giorno mi chiamarono perché legata ad una quercia in mezzo alla campagna c’era una cagna con vicino i suoi due cucciolotti. Nessuno poteva avvicinarsi. Era furibonda,ringhiava e si scagliava contro le persone. Così andai io. Naturalmente non avevo assolutamente un piano. La cagna era davvero inavvicinabile e pericolosa. Addirittura a forza di latrare aveva la schiuma alla bocca. Quando cominciai a parlarle non l’avevo ancora riconosciuta. Ma lei sì. Dopo due frasi il cambiamento fu istantaneo: la belva feroce scomparve e al suo posto c’era una lupetta rossa che uggiolava e cercava di strisciare verso di me con le orecchie schiacciate sulla testa. Solo allora la riconobbi. Era Tontolix, la lupetta che aveva divorato il cucchiaio di legno!!!
L’avevamo chiamata così perché non ci era parsa particolarmente brillante. Come ci eravamo sbagliate! Lei si che sapeva chi ero a distanza di un anno, io non ero stata in grado di riconoscerla!

In quei giorni, quando ancora gli accalappiacani non si chiamavano cinovigili, quando non esistevano microchip e tutti i cani portavano perennemente il collare perché ad esso c’era attaccata la medaglietta identificativa, quando ancora i cani sopravvivevano nonostante le crocchette non fossero state ancora lanciate sul mercato, quando non esistevano ancora pit bull ,Fila Brasileiro, Doghi argentini ma neppure Labrador e Jack Russell, in quei giorni io potevo ancora girare con la mia Opel Kadett per le vie della città in cerca di cani abbandonati o feriti o in pericolo senza venir arrestata.

Il mio kit di sopravvivenza consisteva in uno stradario di Udine e una valigetta contenente bende, disinfettanti, siringhe, cotone emostatico, Ringer lattato per le flebo, antibiotici a largo spettro, Plasil per il vomito.
Per chiudere le bocche dei cani investiti, di solito mi sfilavo un laccio dalle scarpe da ginnastica per evitare i morsi che un animale sotto choc mi avrebbe potuto infliggere. Sì, una volta questo era un modo possibile per soccorrere i cani di nessuno o anche quelli smarriti.

Non ho mai avuto problemi con i cani, mai indecisioni, ho imparato in quei giorni che la paura non è un impedimento se riesci ad inscatolarla dentro di te in modo che il cane non la percepisca. Ho imparato ad essere rapida come un cane o lenta come un cane, ho imparato il loro linguaggio. Loro si esprimono in mille modi, con mille sfumature: un lampo nell’occhio, un girare la testa, un irrigidimento. Un mio errore poteva costare la vita del cane in una situazione di pericolo o una seria lesione a me.

Ringrazio l’Universo ogni giorno che mi ha permesso di imparare una lingua affascinante e antica.
E’ grazie alla comprensione di questo linguaggio non verbale che posso entrare ogni giorno in contatto con l’io più profondo di un essere tanto diverso da me ma anche per certi versi simili.

E’ un linguaggio fatto di respiri sospesi, di passi quasi di danza, di emissioni di energia.
Solo chi è molto umile può incontrare un cane o qualsiasi animale in una terra di mezzo, fuori dal tempo reale, fuori dagli schemi, fuori dal carcere delle parole umane e degli stereotipi, in una terra magica dove l’ego di ognuno dei danzatori si dissolve finalmente, lasciando spazio alla vera essenza di ogni creatura.

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