Ricordi dal Rifugio del Cane – parte 1

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Sono passate più primavere di quante mi piaccia pensare ma se ritorno con la mente ai tempi in cui, ragazzina sui 18 anni, prestavo servizio volontario al Rifugio del Cane ENPA della mia città, Udine, mi sembra quasi di sentire ancora il coro di latrati dei 150 amici a 4 zampe che mi accoglieva all’arrivo ogni mattina.

Gli inverni erano così freddi che le mani restavano incollate alle maniglie di ferro dei box e bisognava spaccare il ghiaccio con un tubo di metallo nelle ciotole. Dentro al prefabbricato di lamiera bolliva perennemente un calderone gigantesco pieno di pappa non identificata che bisognava versare in un bidone e fare il giro dei canili travasando il tutto prima in un secchio e poi, con un mestolo arrugginito, nelle ciotole sgangherate degli ospiti affamati. Ogni recinto ospitava fino a venti cani, solo i soggetti marcatamente sociopatici o super aggressivi stavano da soli.

Il latrato di sottofondo era perenne, se arrivava un visitatore aumentava di intensità fino a trasformarsi in una cacofonia di urla, guaiti, abbai che ti penetrava nel cervello tanto, alla fine, da diventare parte di te.

Una banda di una trentina di meticci veniva, per tradizione non scritta, lasciata sempre libera di aggirarsi nel cortile sul quale si affacciavano i recinti. I recinti erano fatti di rete metallica, ovunque rappezzati e le coperture erano in Eternit. L’odore,come il rumore,alla fine non lo sentivi più.

La banda di meticci ti seguiva ovunque, accoglieva la gente, faceva da concierge ai nuovi arrivati. Erano di tutti i colori, perlopiù venivano scelti tra quelli più malmessi, mancanti di un occhio o di qualche zampa, ciechi e sordi. Non erano mai mordaci. Ovvio, dovevi fare un po’ di attenzione all’inizio perché un bravo, onesto pinzatore non si lasciava certo sfuggire un polpaccio sconosciuto, all’occasione!

Ricordo Ombra Rossa, una specie di volpino sui dieci chili che mi accompagnava ovunque in giro per il Rifugio. Lo trovai una mattina fatto a pezzi dal resto del branco per via di una femmina in calore che si era arrampicata fuori dal suo box. Ricordo bene la lama nel cuore quando trovai il suo corpo insanguinato.

Quasi ogni mattina trovavo cani morti, gravemente lacerati dai morsi dei loro compagni di cella o addirittura mangiati e irriconoscibili. Ricordo le corse dal dottor Luigi Schiavi con il cane ferito avvolto in una coperta. E i nomi dei farmaci:la Rubrocillina iniettabile, lo Spray Caf, e, a volte, l’inevitabile, il Tanax.

E quasi ogni mattina trovavo fuori dal cancello appesi sacchetti di plastica con cucciolini neonati da allattare o cani adulti legati fuori abbandonati o, come una volta con un Alano, lanciati dentro da sopra il muro.

E poi, veniva l’estate. Sì, non ricordo autunni e primavere, ricordo il gelido inverno e la rovente estate. E con il caldo arrivavano le zecche: centinaia, migliaia, milioni di zecche! Tutti i muri, le pareti, i pali di sostegno erano, fino ad un’altezza di circa un metro, brulicanti di zecche! E, naturalmente,i cani!
I maledetti parassiti si annidavano fin dentro le orecchie dei poveri animali!

All’epoca gestivano il Rifugio un gruppo di arzille vecchiette dotate di tanto ammmmore ma di zero buon senso e conoscenze etologiche e scientifiche. Alla loro testa c’erano le benemerite sorelle M., proprietarie di un vetusto negozio di strumenti musicali in centro città.

Decisi che era ora di chiamarle per avere dei soldi che mi permettessero di comprare le buste di Allugan da sciogliere in acqua per fare il bagno antiparassitario a tutti i cani (e a me stessa). Il prodotto,altamente tossico, avrebbe liberato i cani dai parassiti per un bel po’ di tempo (io non ho mai preso una zecca al Rifugio, forse sempre grazie all’Allugan). Telefonai alle brave donne.

“Oh,cara Danielina,vieni vieni in negozio combiniamo tutto!”fu la loro risposta

In dotazione avevo un’ Opel Kadett scassatissima color grigio fumo, una meraviglia della tecnologia ,in grado di raggiungere i 60 all’ora con vento a favore e in discesa e capace di produrre una cortina fumogena tale da oscurare il sole peggio del vulcano Krakatoa.

Bene, con il mio bolide raggiunsi il negozio delle sorelle M.
Mi accolse la più spigliata delle due,Camilla.

“Vieni,vieni Danielina, ti abbiamo preparato tutto!” e sul bancone depositò quella che per lei doveva essere l’arma di distruzione globale contro le zecche.
Attenzione, rullo di tamburi: una scatolina di cartone con su scritto in bella calligrafia con la penna stilo “Zecche morte” e… una pietra bianca, levigata, della grandezza di un pugno, che avrei dovuto usare per sterminare le zecche…a una a una!!!!

Stendo un velo pietoso sul resto della scena.

Dopo le zecche, altri nemici pericolosissimi erano i ratti, le pantegane, il Rattus norvegicus. Quelle del Rifugio, che confinava con l’inceneritore, erano di un tipo amplificato sia nel fisico che nella mente e, soprattutto, molto, molto aggressive.

Una volta, un mastino napoletano che avevamo da poco accolto, si ritrovò con la faccia gonfia come quella di un pugile a causa dei morsi notturni dei ratti.

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