ANGELI IN PELLICCIA II

Ecco qui il secondo capitolo. Buona lettura!

 

Capitolo II

Storia di Brick ovvero La pecora nera

 

La terra gelata si confondeva con il cielo bianco in quella mattina di gennaio mentre un vento rabbioso spazzava la pianura. Agili gabbiani sembravano preda della tramontana, in realtà padroni di essa,sfrecciavano a bassa quota lanciando rauche strida. Roberto,il mio compagno, guidava mentre io aguzzavo la vista per cercare di scorgere quello che stavamo cercando: un gregge di pecore transumanti.

<<Eccole là!>> esclamai ad un certo punto.

Avevo visto una massa lanosa circondata dall’arancio della rete elettrica di contenimento, in lontananza ai margini di un boschetto. Lasciammo la provinciale e ci inoltrammo lungo una interpoderale di sassi e polvere. Un grosso camper stava parcheggiato vicino al gregge mentre alcuni cani, legati agli alberelli lì accanto, presero ad abbaiare furiosamente al nostro arrivo. Roberto ed io ci calammo i berretti sulle orecchie e ci chiudemmo ben bene le zip delle giacche a vento prima di affrontare il gelo esterno. Come scesi dall’auto fui scossa da una sferzata d’aria che riuscì a infilarsi sotto agli abiti pesanti e nonostante l’abitudine di una vita alle intemperie, rabbrividii.

Proprio allora la porticina del camper si aprì ed uno ad uno scesero gli occupanti. Un omone rubicondo in maniche di camicia, il padre, fu il primo seguito dai tre figli: una bella ragazza sui quindici anni, un ragazzo di poco più grande e un bimbetto sui tre anni, guance rosse come mele alto-atesine, in canottiera! La famiglia dei pastori!

La prima cosa che fece il giovanotto fu di aprire il portellone della cambusa del camper che conteneva una cagna tipo pastore belga ma di colore blue-merle con la sua nidiata di cuccioli poppanti che le rotolavano intorno sull’erba ghiacciata: altro che lampade a infrarossi e puppy-nursery!

Eravamo venuti lì Roberto ed io, alla ricerca di un cane da pastore già addestrato per aiutarci a radunare e spostare qua e là il nostro piccolo gregge di pecore Suffolk, piuttosto selvagge. Nella nostra totale inesperienza pensavamo che affidarci ad uno che con pecore e cani condivideva la propria vita, fosse la cosa più giusta.

In realtà credevamo soprattutto che l’onestà fosse una qualità più facile da trovare fra persone semplici e schiette. Ora so che purtroppo non è sempre così.

In questo specifico caso credo anzi che il buon pastore si stia ancora sfregando le mani pensando al gruzzoletto che si era messo in saccoccia vendendo uno dei suoi “formidabili” cani “già fatti”, ai due polli inesperti. Gli esponemmo il problema e cioè che noi non avevamo chilometri da percorrere ma solo una ventina di pecore da spostare all’interno della superficie della nostra piccola azienda e quindi cercavamo un cane in grado di accerchiare il gregge e di condurlo.

<<Ma sì,  ma sì! Non c’è problema!>> esclamò il pastore e ci chiese di aspettare un attimo, giusto il tempo di togliere la rete elettrica e mettere in movimento il gregge così da poterci mostrare l’abilità di Brick e Tasky, i due candidati.

Intanto il bimbetto scorazzava qua e là,sempre in canottiera,ridendo, inseguito dalla sorella che cercava di acchiapparlo.

Il fratello maggiore era andato verso il boschetto a sciogliere i due cani che, come gli venne data la libertà, corsero verso di noi e ci annusarono a lungo, con il pelo un po’ dritto ma senza traccia di aggressività. Io per curiosità , per accertarmi che quello che avevo sentito dire sui cani conduttori di greggi transumanti fosse vero, sollevai loro le labbra e potei constatare che ad entrambi i poveri animali erano state tranciate via le punte dei canini, probabilmente con un bel paio di tenaglie e senza anestesia.

Questa barbara usanza viene giustificata dal fatto che con i canini mozzi il cane non può danneggiare troppo le pecore in caso di morsi alle mammelle. I due maschi cominciarono anche a scodinzolarmi mentre gli mormoravo le solite stupidaggini che i cani amano sentirsi dire e gli grattavo dietro alle orecchie. Uno il più giovane era alto e snello, nero focato, sembrava un pastore tedesco smilzo con le orecchie mal portate, l’altro che mi parve di tre o quattro anni,mi risultò subito simpatico.

Era un Border collie non purissimo tricolore, bianco, nero e tan,con un bellissimo collare di pelo candido che gli dava un aspetto regale. La coda sarebbe stata uno spettacolo una volta che fossi riuscita a togliergli tutti i bioccoli di pelo morto e infeltrito stile Bergamasco. La cosa che mi colpì di lui fu che quando gli parlavo mi fissava dritto negli occhi e piegava da un lato la testa come per concentrarsi e non perdersi neppure una parola.

Anzi, sembrava quasi dire: <<Scusa, ho capito bene? Hai detto proooprio così!?  Oh,ma è fantastico!>>.

Nel frattempo il pastore aveva tolto la rete.

E’ così dolce la musica di un gregge in movimento: un trapestio di zoccoletti sul terreno duro, campane, belati e qualche raglio d’asino che nelle bisacce trasporta qualche agnellino appena nato, il latrato dei cani, eccitati per il lavoro che sta per cominciare , i fischi dei pastori. Una vita dura per tutti: uomini, pecore e cani, scandita dal ritmo inesorabile del tempo, delle stagioni.

Il vento era cessato,il sole era riuscito a fatica a sollevarsi un po’ sopra l’orizzonte, bucando la cortina grigia, quasi opalescente, della volta celeste. Tutto sembrava più allegro, quasi che il movimento del gregge avesse dato il là alla natura circostante. La terra rotolava nello spazio al ritmo antico del passo del gregge. Sul terreno dove avevano sostato le pecore durante la notte, però, notai dei corpi privi di movimento, una stonatura nell’insieme.

Mi avvicinai: erano agnellini appena nati, bagnati fradici dei liquidi fetali, come sospesi in quella strana terra di mezzo, quella non-vita e non-morte, da dove a volte si può ancora tornare se qualcuno tende una mano. Erano, come immaginavo, gli agnelli gemelli, quelli che non possono essere lasciati alla pecora in transumanza perché non ce la farebbe a macinare chilometri su chilometri e contemporaneamente a produrre il latte necessario per due piccoli. Quindi uno dei gemelli, il più debole, le viene subito tolto. A volte questi sfortunati non hanno neppure il tempo di assaporare il dolce gusto del colostro, prima di intraprendere il viaggio che li riporterà , non alla masseria, non alle stalle, ma nel paese delle ombre dal quale sono appena emersi. Naturalmente Roberto ed io, inesperti come pochi, sapevamo già che non li avremmo lasciati lì a morire. Intanto, però, dovevamo scegliere il cane da acquistare. Il pastore, tutto tronfio, si aggiustò i pantaloni, lasciò volutamente che le pecore si allontanassero senza una guida, poi con un fischio richiamò i cani che stavano bellamente alzando la zampa sui vari arbusti e con enfasi gridò:

<<Avantiii!>> come qualcuno molto tempo prima aveva esclamato: <<Avanti,Savoia!!>>.

Tasky e Brick partirono come due frecce abbaiando in modo forsennato. Le pecore vennero spinte avanti come da un’enorme mano invisibile. Uno a destra, l’altro a sinistra i due cani fiancheggiavano il gregge guidandolo. Fu qui che Roberto ed io compimmo il nostro primo errore perché non chiedemmo al pastore di far lavorare ogni cane singolarmente. Sinceramente Brick continuava a piacermi più di Tasky e così chiesi maggiori informazioni su di lui.

<<Ah,questo è il migliore! Non so neanche se voglio darlo via!>>esclamò il pastore <<Avete venti pecore? Ah, lui le radunerà nel tempo di dire Amen!>>

Intanto il vento aveva ripreso a soffiare, le dita stavano per staccarmisi e il fiato si congelava in minuscole perline di ghiaccio sul mio viso. Gli agnellini gemelli erano sempre là, stesi sulla dura, impietosa terra.

<<Quanto volete per quelli?>>chiesi all’improvviso.

<<Ma si, ma si, poverini! Se li tenete al caldo si riprenderanno di sicuro. Poco voglio, aggiungete qualcosa qui,in più del prezzo del cane>>.

Quel qualcosina non erano proprio due euro, comunque nel retro della nostra Opel furgonata caricammo Brick e 14 agnellini appena nati. L’anno prima avevamo allevato 4 piccoli ovini di razza bergamasca e pensavamo che come avevamo avuto successo con quelli, saremmo riusciti a salvare anche questi. Secondo errore. I piccoli dell’anno scorso infatti avevano tre giorni di vita quindi avevano assunto il colostro. Il pastore che ce li aveva dati era un vero signore. Era uno che addestrava cani tipo belga groenendal con grande passione senza dovergli tranciare i denti e nonostante fosse in transumanza indossava sempre una maglietta di salute bianca immacolata sotto alla ruvida camicia a scacchi. Comunque una volta a casa sistemammo i piccoli in grandi ceste piene di paglia e li tenemmo tutti vicino alla stufa in cucina mentre preparavamo i biberon con il latte in polvere sciolto in acqua calda.

Fu quella una delle esperienze più tristi della mia vita.

All’inizio gli agnelli sembrarono rimettersi ma, privi di difese immunitarie com’erano, a nulla valsero sulfamidici ed antibiotici per arrestare la diarrea che pochi giorni dopo fece la sua comparsa.

Morirono ad uno ad uno nonostante il nostro affannarsi dall’alba a notte fonda con flebo e vitamine. Sopravvisse solo una femminuccia che Nicola aveva battezzato Macchiolina che andò a tenere compagnia alle Suffolk e a Cottoncina, la bergamasca delle quattro dell’anno precedente che avevamo tenuto con noi. Intanto era arrivato il giorno in cui avevamo deciso di provare Brick sulle nostre pecore. E fu allora che scoprimmo che quel bel Border collie era davvero l’eccezione che conferma la regola: a lui degli ovini lanosi non solo importava poco o niente ma addirittura li temeva!

La scena era questa: Roberto lo chiamava: <<Vieni,Brick! Forza,bello! Dove sono le pecore? Guarda le pecore! Forza, forza, Brick, prendi le pecore!>>.

E Brick si piantava sulle quattro zampe, fissava Roberto negli occhi,piegava la testa con la solita espressione intelligente poi partiva a razzo verso il gregge abbaiando ma se una pecora si voltava ad affrontarlo il cane non ci pensava due volte e con uno scatto fulmineo…tagliava la corda!

I suoi avi che riposano coperti dalla dolce erika sulle Highlands scozzesi, si rivoltavano certamente mugolando nella tomba ad ogni prestazione di Brick che di sicuro è e resterà l’unico Border al mondo che per addormentarsi contava le pecore. Per quanti sforzi facessimo, ore ed ore passate insieme, Brick per tutto l’anno che restò con noi non mutò atteggiamento. Era stato visibilmente picchiato perché la sola vista del bastone da pastore o anche di una semplice scopa lo faceva spiaccicare al suolo a orecchie basse.

Impossibile farlo entrare in casa se non trascinandolo.

L’unica cosa in cui era davvero insuperabile era restare alle spalle, proprio dietro alle gambe, mentre si passeggiava.Solo che dopo un po’ cominciò a restare lì anche se gli si lanciava il fatidico ordine di: ”Avantii!”. Provai anche ad affiancargli Fly, la mia Australian Shepherd, che peraltro era troppo docile per guidare un gregge. Infatti lei partiva abbaiando ma se una pecora si fermava lei gli leccava il muso!

Un giorno però Brick compì un atto di coraggio inaspettato.

Ero nell’aia dietro le stalle intenta ad accatastare balle di fieno per Dollaro, il mio vecchio cavallo argentino di 30 anni, compagno di mille avventure, quando con la coda dell’occhio notai un improvviso movimento dietro di me. Reginaldo, la nostra oca maschio, valutando che mi fossi avvicinata troppo al posto di cova di Guendalina, la sua compagna, aveva deciso di attaccarmi e, furibondo, mi era saltato alle spalle. Una beccata di oca sulla nuca non è il massimo e stavo per prepararmi a riceverla dato che l’oca era già sopra di me, quando una palla di pelo si interpose fra me e Reginaldo.

Brick , con uno scatto fulmineo, si era slanciato a proteggermi usando il suo corpo come scudo. Con un colpo di petto scagliò l’oca lontano dalla sottoscritta e la fece allontanare abbaiando furiosamente.

<<Grazie Brick!>> mi complimentai con lui, accarezzandolo, davvero colpita dal suo gesto spontaneo.

Una cosa che Brick amava tantissimo era viaggiare in auto: appena gli si apriva il portellone schizzava dentro tutto felice pronto a partire.

Povero, vecchio Brick!

Se solo non avesse subito un addestramento tanto duro avrebbe potuto dimostrare il suo valore.

Ma qualcosa certamente si era spezzato in lui molto tempo prima. Si sforzava di capire cosa volevamo da lui e partiva con l’intento di accontentarci ma poi un’ombra emergeva dal passato a terrorizzarlo. Tuttavia riuscì almeno a dimostrare le sue virtù di latin lover dato che una mia cara amica lo scelse come compagno per la sua borderina.

Quando Giuliana arrivò qui da Treviso non ebbe quasi il tempo di scaricare la cagnetta dall’auto che Brick, spuntato dal nulla, fece il suo dovere in un batter d’occhio. E due mesi dopo nacquero sei piccoli brickettini, sei cucciolini border, dalle codine festose con la puntina bianca, con grandi collari candidi come quello del papà e qualche macchiolina tan al punto giusto. Non fu difficile trovargli un padrone anche perché era il periodo in cui il buon vecchio Sun Shonik spopolava in TV per Infostrada con Fiorello al seguito.

Proprio per questo fummo molto attenti nell’affidare i piccoletti alle persone giuste e seriamente convinte di voler convivere con un grande cane dal grande cuore come il Border collie. Si, perché il Border è stato più volte descritto -Coren insegna- come il cane dotato del più alto grado di intelligenza ubbiditiva. In altri termini è la razza più facilmente addestrabile, un vero computer peloso.

Solo che se i dati inseriti non sono corretti…che Dio ci scampi…!

Il Border necessita di un conduttore alla sua altezza, con molto tempo da dedicargli, con una certa esperienza cinofila già appresa, calmo e sereno ma inflessibile.

AAA. Cercasi padrone buon capobranco, con serie qualità morali, non isterico, molto sportivo, desideroso di affetto, per Border collie pura razza. Astenersi perditempo.

Questo sarebbe un annuncio corretto per una cucciolata di questi antichi pastori”veraci”.

Border vuol dire confine, confine tra Inghilterra e Scozia, la dove un poeta scrisse:”…tutta la terra delle Highlands non varrebbe un penny se non ci fossero i collie a fianco dei pastori…”

Chi sarebbe in grado , senza di loro, di radunare centinaia di ovini sugli aspri terreni, sui moor, spazzati dal vento, dove il malinconico richiamo del chiurlo può viaggiare per chilometri senza che alcuna barriera eretta dell’uomo lo fermi?

Chi potrebbe ritrovare un agnello perso in una buca, chi potrebbe ricondurre a casa il gregge attraverso la tempesta o la bufera se non un cane infaticabile, energico, motivato e intelligente come il Border?

Solo che fino a 10 o 12 anni fa in Italia se qualcuno avesse incontrato un esemplare di questa razza avrebbe esclamato: <<Oh,guarda che bel meticcio!>>.

Poi un po’ grazie al porcellino Babe, un po’ grazie alla telefonia italiana ma soprattutto grazie al grande addestratore Massimo Perla, il Border si è fatto conoscere a livello di “immagine”.

Solo che si è arrivati al punto di comprare un gregge per tener allenato il proprio cane e non viceversa!!!

E così molte persone toltisi i vestiti da capo-ufficio, da insegnante, da bancario, da manager eccetera, nel tempo libero indossano calzoni di fustagno, camicioni, impermeabiloni sul genere Driza-Bone, cappellacci a larghe falde, impugnano un bastone ricurvo e via…muniti di manuale (ne ho uno anch’io) sull’addestramento del cane da pastore, naturalmente con il proprio Border al fianco. Se diluvia meglio, così è più facile  sentirsi a casa, cioè in Scozia dove il clima non è certo quello siciliano.

Se le pecore sono Suffolk o Black Face ancora meglio.

Sto scherzando naturalmente perché riuscire a descrivervi il lavoro di un Border addestrato su gregge sarebbe come riuscire a descrivervi con le parole una sinfonia di Bach. Perché davvero guardare un cane di questi mentre esegue gli ordini dati a fischi modulati dal pastore a centinaia di metri di distanza è un’emozione estetica inarrivabile. Immaginatevi un’infinita prateria verde smeraldo punteggiata da pecore che pascolano con l’erba che si inchina al soffio del vento. Ecco arrivare con il suo passo lento un pastore, segaligno e severo, con il volto inciso da una trama di rughe, gli occhi limpidi socchiusi a fessura, le mani ruvide ma non prive di una certa finezza. Mani in grado di aiutare una pecora a partorire, mani in grado di tosare per ore ed ore, mani in grado di suturare ferite e di mungere,  indifferentemente.

Mani sapienti.

Dietro di lui viene una figura scarna e furtiva,bianca e nera, coda piumosa, occhi lucenti, il suo border, un fascio di muscoli guizzanti nascosti da una pelliccia morbida, una macchina perfetta.

Potrebbe chiamarsi Ben, Shep o Fly o Roy,nomi brevi, facili ,nomi che si tramandano da generazioni.

Ed ecco, il pastore fa un gesto con il braccio teso in avanti, il gesto della ricerca, il cane non aspettava altro.

Non servono parole, il border sa cosa deve fare.

Le pecore, quelle stupide, pensa, se mi avvicino troppo si spaventeranno, se sto troppo lontano non si muoveranno.

E allora incassa la testa fra le spalle e usa il suo occhio ipnotico.

Inizia la danza, una danza antica in cui il cane ritorna predatore e le pecore si sentono cacciate.

E le memorie primordiali riaffiorano in tutti i danzatori.

Il border ha lo sguardo di ghiaccio, fissa negli occhi la pecora riottosa fino a che essa cede, abbassa lo sguardo.

La predazione si blocca qui, non c’è il balzo finale, manca l’uccisione ma tutto il resto è identico.

Il cane si muove leggero e guida il gregge, lo compatta, lo spinge come un’onda, verso il pastore.

Ora s’acquatta e fissa, ora incalza a passetti svelti, ora si slancia.

La tensione raggiunge i massimi livelli quando una pecora si lascia vincere dalla paura, esce dal branco, cerca la fuga.

Ma il border , rapido come una freccia, la fronteggia, la ferma con la testa bassa, la inchioda con il suo occhio di lupo.

La pecora disperata batte lo zoccolo al suolo, cerca le compagne, le raggiunge, torna al sicuro, parte di un tutto.

Intanto il gregge ha raggiunto il recinto e il pastore chiude con uno scatto secco il cancello quando l’ultima pecora è passata. Una breve carezza e la calda sensazione di aver svolto bene il proprio lavoro sono gli unici premi per il cane che riprende tranquillo la sua posizione dietro all’uomo. Insieme torneranno a casa dove li attende un pasto caldo. E’ nella semplicità di questa vita sempre uguale e sempre emozionante che il border può esprimere sé stesso, certamente non abbandonato in un cortile da solo, senza uno scopo. Anche se ben nutrito e straviziato un border non sarà felice, la sua anima anela spazi e soprattutto un lavoro, una missione, un compito anche semplice dove dare il meglio di sé. Tuttavia come ho detto c’è sempre l’eccezione che conferma la regola.

La storia di Brick lo conferma: il lavoro di pastore non faceva per lui e quando ci rendemmo conto con certezza che obbligarlo a stare con le pecore andava contro alla sua natura, gli cercai una nuova casa, un futuro diverso.

Caso volle che la madre di una mia amica avesse appena perso il suo amato pastore tedesco e che non volesse rinunciare ad una compagnia canina.

Una signora molto dolce ma anche sicura di sé fu la nuova padrona per Brick.

La cosa buffa è che vive in un appartamento al III piano in centro a Trieste.

E lui ci sta da dio.

Gli manca solo di imparare ad usare il telecomando della TV.

Spaparazzato sul divano è l’ombra della sua nuova amica con la quale ha imparato pure l’Agility, lui che odiava saltare.

Ogni domenica poi lunghe passeggiate nei boschi in cerca di funghi o gite al lago e tuffi nell’acqua di mare. Le volte che la signora viene a trovarci per farmi vedere con orgoglio quanto bello è diventato Brick, lui non vuole neanche scendere dalla macchina. E se Roberto gli dice: <<Brick, bello, dove sono le pecore?>> lui lo fissa dritto negli occhi, storce la testa e…si stende più comodamente sul sedile posteriore.

 

Border Collie

Forse discende dagli antichi spitz che arrivarono con i vichinghi sulle isole britanniche, i quali si accoppiarono con i cani locali. La parola Border vuol dire confine ed è proprio sulla frontiera fra Scozia ed Inghilterra che la razza si sviluppò. Qualcuno ha detto che ci sono i cani e ci sono i Border Collie ed io gli do ragione: non si può paragonare un Border a nessun altro cane. L’istinto di radunare il gregge, l’intelligenza spiccatissima, le doti atletiche lo rendono unico. Può essere il miglior compagno per qualcuno ed il peggiore per un altro: il Border è davvero, al massimo livello, lo specchio del suo compagno umano. Questo pastore forte, attivissimo, tenace, con un incredibile senso del dovere non è assolutamente adatto a persone pigre, deboli di carattere, nervose.

La taglia va dai 50-55 cm.al garrese per i maschi ai 47-52 per le femmine. Il colore del mantello può essere vario: bianco e nero, bianco e fulvo, blue-merle, red-merle, lilac. I pastori preferiscono i soggetti bianchi e neri. Possono avere pelliccia piuttosto corta (smooth) o piuttosto folta. In entrambi i casi il Border sarà facilissimo da tenere pulito perché è come se la struttura del suo pelo rifiutasse di trattenere lo sporco (cosa che si riscontra anche negli Australian Shepherd).

Il Border, unico nel panorama canino, è dotato di uno sguardo particolare, fisso, che spaventa le pecore e le costringe ad assoggettarsi al suo volere, probabilmente ricorda loro il predatore ancestrale, il lupo. Dotato di vista acuta, fiuto potente e coraggio il Border è molto utilizzato come cane per la ricerca di persone smarrite, come cane da catastrofe e da valanga. Se capito e valorizzato è tra i migliori compagni che si possano avere.

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