ANGELI IN PELLICCIA

Angeli in pelliccia è uno del libri scritti da Daniela Castellani. Speriamo che abbiate piacere a leggerlo e riusciate a captare quello che vuole trasmettere. Ne pubblicheremo un capitolo al mese. Buona lettura!

 

 

Amico Devil,

A volte il destino mescola le carte e le distribuisce in una combinazione così improbabile che se la nostra storia insieme non fosse realmente accaduta, nemmeno la più sfrenata fantasia avrebbe saputo creare una vicenda così meravigliosa. Tu eri un cane e quindi, comunque, non avresti mai  potuto mai leggere queste righe ma io voglio scriverle ugualmente affinché possano magari servire a qualche umano proprietario di qualche tuo consimile. Arrivasti dal nulla in un giorno di pioggia , entrasti nella mia vita, magro, sparuto eppure scodinzolante, ed io non seppi subito vedere chi eri e cercai un proprietario per te. Ma il destino aveva stabilito che tu ed io, insieme, avremmo fatto qualcosa… e tu rimanesti qui per fortuna! Imparammo a capirci, giorno per giorno, tu selvaggio animale con un passato oscuro ed io, ostinata e decisa a tirare fuori il meglio da te. In realtà, sei stato tu a trovare qualcosa dentro di me, e a farmelo vedere. Tu sei stato una guida capace di farmi riflettere, con i tuoi occhi di lupo, con i tuoi silenzi, con la tua antica saggezza. Molti cani hanno diviso la loro vita con la mia e, spero, molti ancora verranno, ma tu, Devil, sei quello che, più di ogni altro, ha incarnato l’essenza della “caninità” . Forte, fiero, sicuro, dignitoso, allegro, buffo e con un gran senso del “palcoscenico”, ma anche dolce e in grado di “sentire”i miei umori. A volte, forse, qualcuno decide che noi, deboli umani abbiamo bisogno di un aiuto e ci affiancano un angelo in pelliccia. Purtroppo molte persone non lo riconoscono e pensano che sia un qualcosa di troppo “faticoso” e “impegnativo”. Preferiscono abbandonarlo in autostrada o “farlo addormentare” tanto era “solo”un cane. Qualcuno, molto tempo fa scrisse: ”Verrà il giorno che uccidere un animale sarà considerato un delitto, come uccidere un uomo ”.Chi fu quel qualcuno? Leonardo da Vinci. Amico Devil, questo libro è dedicato a te e a quelli della tua stirpe che fin dalla notte dei tempi ci fanno da angeli custodi e di cui, senza rendercene conto, in questi anni troppo “civilizzati” abbiamo sempre più bisogno.

Da pochi giorni era stato pubblicato il mio secondo libro “Il popolo dell’aria”. Era un libro che avevo pensato di scrivere soprattutto per i bambini, i nostri bambini, che spesso sanno tutto di leopardi, gnu e condor delle Ande (grazie senza dubbio ai meravigliosi documentari che la TV trasmette quotidianamente) ma che ignorano totalmente l’esistenza anche dei più comuni animali della regione in cui vivono. Tra i vari capitoli ce n’è uno dedicato a un uccello che amo tantissimo, l’oca selvatica, nel quale ad un certo punto faccio cenno ad un romanzo, una novella, che avevo letto da bambina e che non avevo mai più avuto l’occasione di leggere . Si intitolava “Il meraviglioso viaggio di Nils Oleson sul dorso di un’oca” ed era opera di un’autrice nord-europea. Quella mattina, circa una settimana dopo che “Il popolo dell’aria”era uscito nelle librerie, stavo preparandomi per fare un salto all’ufficio postale, quando Roberto, il mio compagno mi chiama.

“Daniela!Daniela! Vieni a vedere cosa c’è nel recinto dei maiali!”

Mi precipito alla finestra sul retro e da lì scorgo un meraviglioso uccello che cammina tra le Cinte senesi del nostro allevamento: un Oca selvatica!! Stupenda, ma che ci faceva lì, da sola, fuori stagione? Fra l’altro nella mia zona, nel corso degli anni, anche in epoca di migrazioni, non è che ne avessi viste tantissime. Rimango a lungo a guardarla poi sono costretta a salire in macchina per andare a spedire certe lettere. Come arrivo all’Ufficio postale, Liliana, la portalettere, mi chiama:
<<Daniela, c’è una grossa busta per te!>> e mi consegna una missiva piuttosto pesante. Guardo sul retro e non vedo segnato alcun mittente, allora apro e…ve lo giuro!…dentro c’era “Il meraviglioso viaggio di Nils Oleson sul dorso di un’oca!”.

Un’emozione fortissima mi ha letteralmente attraversato: qualcuno, uno sconosciuto che aveva voluto rimanere tale, mi aveva fatto un dono bellissimo, un libro che non avevo più avuto , come emerso dalla mia infanzia. Le lacrime mi hanno appannato la vista poi ho pensato a lei, l’oca messaggera nel recinto dei maiali! All’alba del mattino seguente, ero appena uscita perché avevo deciso di portare i cani a correre sulle colline quando proprio sopra di me, una voce rude e selvaggia mi ha fatto alzare la testa. Era l’oca.

So che sembra incredibile ma è successo davvero: il meraviglioso uccello, per tre volte, a bassa quota ha fatto il giro del mio casale, passandomi sopra la testa, lanciando il suo richiamo che parla di viaggi e terre lontane, poi se n’è andato per sempre… Sono rimasta a lungo immobile mentre lasciavo che la magia di quell’esperienza fluisse dentro di me. Certo, tutto può essere spiegato come una coincidenza ma io so che non è così. Tutto fa parte del grande cerchio della vita, tutti siamo collegati fra di noi, uomini ed animali, ogni nostra azione, come quando lanciamo una pietra nell’acqua e i cerchi si allargano, può avere molte ripercussioni. Ognuno di noi ha il potere di leggere i segni che il mondo gli invia come meglio crede. Quell’oca per me non è una coincidenza, è diventata un simbolo, il simbolo che tutti facciamo parte di un disegno così grande che non potremo mai guardarlo per intero. Ogni tanto ci arriva un messaggio da un punto del disegno tanto lontano che non ci sembra possibile c’entri con noi perché è diverso, perché ci spaventa o perché non lo capiamo. Così lo etichettiamo come “coincidenza”. I miei amici animali, però, mi hanno spiegato che sono le coincidenze a non far parte del disegno, sono le coincidenze che ci fanno perdere la bellezza e la poesia che lo compongono.

Devil non è stato una coincidenza.

Devil è stato un messaggero e insieme a lui e ai suoi discendenti, inconsapevolmente o no, sto anch’io tracciando delle linee che andranno ad arricchire quel famoso disegno, l’unica opera che non avrà mai fine perché tutti noi, esseri viventi, ne siamo al tempo stesso autori e protagonisti.

 

INTRODUZIONE

 

Vi è mai capitato di sentirvi una preda?

E’ una sensazione che affonda le proprie radici nelle tenebre del passato più remoto.

L’estate del 2003 , durante una memorabile uscita con due dei miei cani Lajka russi sul Monte Nevoso in Slovenia, sperimentai sulla mia pelle cosa deve provare un capriolo o una lepre quando si sentono braccati. Il professor Stefano dell’Università di Udine , Alessio mio carissimo e insostituibile amico e collaboratore , ed io con Taras e Zar, due fratelli che avevano allora circa un anno di età, avevamo deciso di fare una delle nostre uscite di studio per testare le capacità olfattive dei cani sull’orso in un luogo dove il plantigrado è presente con circa un soggetto ogni dieci chilometri quadrati. Ad un certo punto il cielo sereno aveva cominciato a coprirsi di nubi e il rombo del tuono, simile al galoppo di una mandria di bisonti , aveva iniziato a rotolare, cupo e minaccioso. Non tempo da lupi, bensì tempo da orsi…infatti quando arrivano i temporali, gli orsi cominciano a muoversi. Stavamo misurando delle impronte impresse nel fango (due orsi e un lupo erano passati di lì) quando un rumore improvviso ci costrinse a interrompere il nostro lavoro. Sembrava come se qualcuno battesse con violenza un oggetto contro un tronco.

Stefano mormorò: <<E’ l’orso!>>.

Sentii un brivido corrermi lungo il filo della schiena: era vicinissimo.

Appena sotto di noi, nella faggeta.

Alessio con Taras ed io con Zar ci slanciammo verso la fonte del rumore.

Con la mano Alessio mi fece cenno di fermarmi e scese più giu.

Il tuono cresceva di intensità.

Vidi Zar rizzare il pelo sulla schiena e scoprire i denti in un ringhio.

Un attimo dopo, a non più di venti metri da me, tra i fitti alberi, sentii un forte ansimare, quasi un ruglio.

Zar ed io ci guardammo un attimo.

Era lui, il grande custode della foresta, lui, che ci stava avvertendo: allontanatevi, non voglio farvi del male, ma non costringetemi ad attaccare!

Fu in quel preciso momento , mentre correvo verso la macchina dopo aver richiamato Alessio, che mi resi conto di trovarmi all’essenza delle cose.

Se l’orso avesse deciso di attaccare non avrei avuto chances , solo il cane avrebbe potuto farmi da scudo.

Orso,cane e umano! L’essenza pura del tutto, niente inutili chiacchiere, la nuda verità, ogni sovrastruttura civile cancellata, spazzata via in un lampo.

Io preda, non più cacciatore.

Tre esseri senza tempo, quasi senza identità, tre molecole nello spazio infinito. Chi dei tre era più importante? Domanda totalmente assurda. In quanto a valore biologico, credo, tutti e tre allo stesso livello. Anzi, con un punto in meno forse per me, data la rarità degli altri due protagonisti rispetto alla sottoscritta. Riacquisto il punto perduto, forse, solo perché dei tre sono l’unica in grado di raccontare la storia. Comunque, un’esperienza così credo sia un toccasana per l’anima. Ho sentito vibrare il ritmo della vita, ho ascoltato il canto dell’universo, una specie di purificazione. La mia anima, alla stregua di un rettile, ha mutato la pelle. Per una frazione di secondo tutto ha perso valore e nello stesso tempo tutto ha acquistato un valore immenso. Anche di questo devo dire grazie ai miei cani. Sono loro che mi aiutano nelle mie ricerche, sono loro che, presenze silenziose, mi affiancano lungo la strada. Strada che senza di essi sarebbe,a volte, tortuosa e stancante, a volte deprimente. Loro riescono a cancellare la fatica, loro per i quali ogni giorno è davvero un nuovo giorno, carico di possibilità: una traccia, un odore sospeso nel vento, l’ipotesi di una buona caccia…Mi rendo conto che il mio modo di amare i cani è forse un po’ diverso da quello di altre persone. Io non amo tutti i cani, ognuno per me è differente dagli altri e per lui posso provare sentimenti che spaziano dalla simpatia all’indifferenza, al coinvolgimento totale, all’antipatia , esattamente come può capitarmi con una persona. Con alcuni ho un feeling immediato, con altri…non c’è dialogo, tuttavia il rispetto rimane sempre una componente fondamentale. E poi c’è una cosa che proprio mi infastidisce: l’integralismo mentale condito da stereotipato buonismo di molte persone,per le quali tutti i cani sono “buoni” e i loro comportamenti anche pericolosi sono sempre causati da ipotetici maltrattamenti. Io penso che sia molto riduttivo un ragionamento del genere. Intanto i cani non sono buoni o cattivi, possono essere più o meno tolleranti o più o meno adattabili a situazioni diverse. Ho conosciuto cani nati da ottime madri,allevati con amore in famiglia,anche appartenenti a razze famose per la loro docilità,diventare nel tempo soggetti pericolosi ed altri,magari cresciuti nell’abbandono,nella trascuratezza e maltrattati diventare saggi e totalmente affidabili. Attenzione agli schemi mentali prefabbricati! Attenzione a Walt Disney! Altro mito da sfatare è quello tipicamente italiano che i meticci sono più intelligenti dei cani di razza. Anche qui si tratta di leggende metropolitane! Ho riscontrato livelli di intelligenza straordinari (tantissimi) come di “vuoto pneumatico” (pochi) sia in soggetti”fantasia” che in altri blasonati. Infine ,una cosa di cui sono certissima è che spesso sono i proprietari stessi a mettere limiti mentali al proprio cane. Quando ci si porta a casa un cucciolo, la nostra fiducia deve essere totale verso di lui,non dobbiamo mai pensare che è “solo” un cane,altrimenti perché lo avremmo voluto accanto a noi? Ma non soffochiamolo di troppe attenzioni, non è un bambino, è uno stupendo animale che si sforza di capirci e a volte riusciamo a rendergli il compito davvero difficile!!

 

Capitolo I

Iside:la mia Africa

Quando andai ad aprire la porta di casa mia, quella sera d’inverno, ebbi un deja vu. In braccio ad una giovane donna dall’aria disperata stava un cane che risvegliò in me memorie della mia infanzia. Non che io avessi mai posseduto un esemplare di quella razza ma tra i miei libri preferiti c’era “Addio,Lady” che aveva come protagonista proprio uno di quegli antichi cacciatori di savana:un basenji. Il marito della signora, ad un tacito segno di lei, prese a raccontarmi la storia del cane che la donna continuava a stringersi al petto. C’eravamo seduti in cucina dove la stufa irradiava un dolce tepore, tepore che comunque non era sufficiente a sciogliere il gelo che sembrava quasi materializzarsi mentre l’uomo, via via sempre più infervorato, raccontava come erano venuti in possesso di Lucky, quel maschio basenji che poi io avrei ribattezzato Anubi. Il cane era stato acquistato tre anni prima, quand’era ancora un cucciolo, in un noto allevamento. Purtroppo insieme al cane non era stato consegnato all’acquirente il Libretto di istruzioni per l’uso.

<<Oh,certoooo!Va benissimo come cane da guardia!!!>> erano state le uniche parole esplicative all’atto della consegna del cucciolo.

Così era cominciato il passa-mano: una volta adulto,  Lucky aveva subito dimostrato ai proprietari che un vero basenji non ha nessuna attitudine alla difesa della proprietà primo perché non può abbaiare, al massimo emette un”gro-o-oo”molto musicale simile ad uno jodel tirolese, secondo perché solitamente a parte una certa diffidenza verso gli estranei non presenta aggressività. Piuttosto delusi i proprietari non sapendo che farsene di Lucky , avevano colto l’attimo quando l’idraulico che si trovava da loro per un lavoro alle tubature aveva manifestato una certa simpatia nei confronti del cagnetto. Così Lucky, insieme all’IVA era stato scaricato, tra le spese generali delle opere idrauliche eseguite. L’artigiano però, brav’uomo peraltro, non possedeva un cortile recintato e non aveva certo molto tempo da spendere né l’esperienza sufficiente per farsi riconoscere da  Lucky come capobranco e quindi per riuscire ad evitare che il basenji si ritenesse autorizzato ad aprire la caccia. Infatti iniziarono presto le fughe con relative puntate ai pollai del vicinato, successivi recuperi da parte dell’idraulico, punizioni corporali (assolutamente inutili) e pagamenti di cifre notevoli per indennizzare le galline ovaiole spennate e le anatre massacrate. Visto alla fine che il cane era recidivo e che a nulla servivano urla e percosse, neppure il vecchio sistema di legare al collo del rubagalline un pollo morto e ivi lasciarcelo per giorni e giorni, l’idraulico aveva deciso di disfarsi di Lucky. Conosceva una famiglia che cercava un cagnetto docile per farci giocare i quattro figli e così Lucky cambiò nuovamente casa. Qui forse l’ambiente avrebbe potuto essere favorevole se solo un adulto dotato di un po’ di umanità avesse perlomeno controllato il modo in cui i ragazzini giocavano con il cane: lanci di sassi contro la rete del box dove Lucky stava rinchiuso da parte del bimbo più piccolo, sfrenate corse in bicicletta trascinandosi dietro per il guinzaglio il povero cane del figlio più grande, e “dulcis in fundo”,  bacchettate sul naso da parte dei gemellini terribili. Ma tanto il cane era stato “preso per i bambini” e quindi veniva “usato” come un videogioco per farli stare buoni e dare un po’ di tregua alla madre casalinga. Caso volle che un giorno i due giovani sposi che al momento si trovavano nella mia cucina con Lucky in braccio, facessero visita ad un’anziana zia che abitava vicino alla famiglia degli “enfant terribles” e dalla finestra della gentile signora, la classica “finestra sul cortile”, poterono assistere alla serie di “giochi” al quale il povero cane era costretto a partecipare. Quando la zia confermò che le stesse cose si ripetevano ogni giorno da mesi, i due sposini decisero di intervenire , per una congrua cifra riscattarono Lucky e se lo portarono nel loro appartamento, nel loro “ Nido d’amore”. Certi che il cane avrebbe ricambiato al 100% il loro nobile gesto e che non avrebbe creato alcun problema, la mattina dopo avevano lasciato Lucky solo in casa e si erano recati al lavoro. E qui, prima di descrivervi cosa si erano trovati davanti al rientro la sera, apro una parentesi per spiegarvi a grandi linee cos’è un basenji e più o meno cosa dovrebbe esserci scritto su quel famoso Libretto di istruzioni.

Chiudete gli occhi: immaginate una calda sera d’estate ai margini della savana africana. Grandi branchi di erbivori si muovono lenti e solenni come onde di un mare senza tempo, un leopardo steso mollemente sul ramo di un baobab osserva, movendo la coda a scatti come un grosso gattone, ma nei suoi occhi c’è un fuoco verde e selvaggio che arde. Un branco di leoni si prepara per la caccia notturna e un maschio ruggisce scotendo l’aria con la sua voce che sembra quasi solida, tanto rimbomba cupa. Un ghepardo seduto su una roccia isolata, si staglia contro un cielo in fiamme dove un’unica, immane nuvola torreggia senza fine. Iene si aggirano furtive e l’ultima luce rimbalza sui loro canini micidiali che si scoprono al sentire la voce del loro più odiato nemico, il leone, mentre il pelo sulla nuca si rizza. Sarà una lunga notte.

Coccodrilli muggiscono ed enormi ippopotami si immergono movendo le acque pantanose di un corso d’acqua.

Nugoli di zanzare malariche danzano sospese nell’aria portando la morte nei loro pungiglioni.

Un serpente striscia nella polvere e uno scarabeo appallottola il suo prezioso scrigno di sterco.

Poi un grido si aggiunge alla sarabanda di ruggiti, soffi, sussurri, gracidii.

E’ come una risata ma fa accapponare la pelle , ha un che di musicale ma niente di umano.

C’è un villaggio di capanne di fango ed ecco, un pugno di cacciatori sta facendovi ritorno, portando una bella antilope catturata.

Ma gli uomini non sono soli: sei o sette cani li accompagnano e tutti vengono accolti da altri cani che emettono un grido surreale: “gro-o-o”.

Sono tutti cani basenji.

Alzo gli occhi mentre scrivo perché mi sento osservata ed infatti Iside, Congo e Mamba mi stanno guardando. Sono le mie tre basenji, anzi, più che mie, di mio figlio Nicola. Il loro sguardo sembra travalicare i secoli, i loro occhi bistrati dal tratto orientale, sono gli stessi occhi che fissavano il volto dei Faraoni senza timore, e che senza timore sostenevano e sostengono lo sguardo del leone incantonato durante una battuta, gli stessi occhi che si chiudono mentre il basenji dà il morso finale e soffoca l’antilope catturata. Si , perché basenji vuol dire piccolo cacciatore di savana e già 5000 anni fa piccoli cani con le orecchie a punta e la cosa arricciolata aiutavano i popoli del Congo e dell’Africa sub-sahariana nella caccia. Identici cani divisero le case degli antichi egizi, tanto amati dai Faraoni che se uno di loro veniva per sbaglio ucciso, l’autore del misfatto rischiava la pena capitale. Erano i compagni dei sacerdoti negli antichi riti di morte, quasi un tramite con l’aldilà. Poi l’epoca d’oro dei Faraoni terminò e i basenji tornarono ad essere i compagni dei cacciatori, tornarono a scaldare i bimbi e i vecchi nelle lunghe e fredde notti africane. Fino a quando gli esploratori europei non li riscoprirono e se ne innamorarono. Si, perché è impossibile non subire il fascino misterioso di questo cane che quando ti fissa aggrotta la fronte cosparsa di rughe simili al Delta di un fiume. Non si può pensare di mutare l’Africa, l’Africa è troppo antica, non c’è cronometro che possa misurare il suo tempo, non c’è nulla che possa scalfire l’Africa né le sue creature. Potremo estinguerle ma non cambiarle. Un drappo pesante di infinite notti di velluto, un respiro millenario di infinite identiche notti, avvolge e protegge le creature dell’Africa, la loro bellezza, la loro violenza, che sono fatte di infinite morti e di infinite nascite. E anche il basenji è una creatura dell’Africa, anch’esso fa parte di quel mistero, anch’esso è stato avvolto in quel manto, anch’esso non può essere scalfito . Se ami l’Africa non puoi pensare di cambiarla, se la odi comunque non la puoi cambiare. Se vuoi un basenji come compagno di vita devi amarlo al cento per cento senza pensare di farne qualcosa che non è. Troppe infinite notti africane sono passate sopra di lui e lui ne ha fatto parte. Tu no . Tu ne eri fuori. Tu puoi solo sperare di sentire l’eco di quella musica selvaggia che lui invece ha continuato a comporre. Attraverso i suoi occhi puoi forse scorgere il bagliore di un’alba primordiale. Lui c’era già.

Questo per me è il Basenji.

E allora se qualcuno ha in mente di vendere dei cuccioli basenji, in qualche modo ha il dovere di dire cosa racchiudono in sé quei piccoli cani, che non possono abbaiare, che quasi non scodinzolano, che a volte piangono, che si puliscono come gatti, che odiano l’acqua perché nell’acqua ci sono i coccodrilli, che dormiranno in cima agli armadi perché in savana dormono anche sugli alberi per sfuggire ai predatori. La donna prese silenziosamente a piangere e d’improvviso mi consegnò Lucky. Fu lei a raccontarmi la scena di devastazione che trovarono al rientro a casa. Porcellane distrutte, cuscini sventrati, serramenti rosicchiati, tappeti bucati: Lucky non aveva risparmiato nulla. Nella loro inesperienza il primo pensiero fu che il cane avesse una qualche malattia nervosa. Ed erano andati dal veterinario.

<<Non ha assolutamente nulla!E’ solo un Basenji!>> era stato il commento del medico, nella fattispecie Silvia, una mia cara amica.

Lei li aveva inviati da me. Per fortuna. Così Anubi è rimasto qui con me. Per sei mesi. Fino a quando non sono riuscita a trovare una famiglia giusta, seria, motivata, preparata. All’epoca ero da poco venuta a vivere qui in fattoria, Nicola era troppo piccolo per avere un cane tutto suo e ancora non avevo la profonda conoscenza e l’esperienza che penso di avere ora acquisito sui cani di tipo primitivo.

Ma il destino aveva ancora sorprese in serbo per me.

Mancavano pochi giorni a Natale, sette anni fa, quando un anziano signore rincasava sotto una pioggia scrosciante dopo un’oretta trascorsa in osteria a bere un bicchiere e a farsi una partita di briscola con gli amici del paese. C’era un buio pesto e l’acqua scendeva a secchiate da un cielo plumbeo ma l’uomo aveva un’impellente bisogno di liberarsi diciamo dei liquidi in eccesso. Così aveva rallentato e si era fermato con i fari accesi ai bordi di un fosso. Però la luce dei fanali aveva illuminato qualcosa,steso nel fosso, un animaletto rossiccio,stremato, fradicio, forse in fin di vita. Impietositosi, l’uomo l’aveva raccolto. Era una cagnolina che respirava a fatica, con la pelle tesa su un mucchietto di ossa. Via di corsa dal veterinario, anzi, dalla veterinaria,sempre Silvia.

<<L’ha trovata appena in tempo. Un’altra notte all’addiaccio le sarebbe stata fatale. Eh, per un cane africano i nostri inverni sono troppo freddi.>>

<<Come, africano?>>

E Silvia aveva spiegato all’uomo, fra l’altro già da tempo suo cliente, che tipo di cane aveva raccolto.

<<Oh,mi raccomando.Quando starà meglio, non metta questa cagna nel capannone dove alleva i conigli!>> si era raccomandata Silvia.

L’uomo aveva annuito. La cagnolina, Iside, si era ripresa velocemente ed altrettanto velocemente il suo salvatore si dimenticò delle raccomandazioni della veterinaria.

<<Cosa vuoi che possa fare questa cagnettina così buona ai miei conigli che poi sono tutti chiusi in gabbia?>> si era detto l’uomo chiudendo la porta del capannone dopo avervi sistemato Iside. Ma non ci sono reti che possano fermare un basenji e in una notte gli splendidi esemplari di conigli da carne, orgoglio del loro allevatore, erano stati estratti dalle gabbie…in piccoli pezzi…dalla furia rossiccia. E fu così che Iside arrivò qui da me e vi rimase. Nicola ormai sufficientemente grande per potersi occupare di un cane la scelse, una sfida per certi versi. Entrambi hanno un carattere orgoglioso, testardo, fiero.

Entrambi intelligenti e osservatori.

Entrambi con un fine “sense of humor”.

A volte incontenibili, sempre dolcissimi.

Ed ecco Nicola ed Iside a dormire insieme nel lettino tirolese, eccoli che seguono un corso di obbedienza di base, insieme sul divano a guardare la TV o a leggere un buon libro fantasy. Eccoli insieme a caccia di grilli o di maggiolini. Mancava solo un particolare per rendere questo rapporto davvero perfetto. Cosa avrebbe fatto Iside se in aperta campagna le avessimo tolto il guinzaglio?

Ricordo quel giorno. Ormai Iside detta Isi stava con noi da un anno e mezzo e un pomeriggio avevamo deciso di fare una bella passeggiata sulle colline. Eravamo Nicola, io, Iside e con noi Roberta, maresciallo della Guardia Forestale di Gemona del Friuli, con Darken,il Lajka russo-europeo figlio dei miei Devil e Raska, che le avevamo dato. Ad un certo punto, mentre Darken scorazzava qua e là, inseguendo le farfalle o scavando in una tana di topi, mi sono fermata e ho guardato mio figlio, che stringeva il guinzaglio di Isi.

“Ascolta” gli ho detto ”Vuoi davvero avere un cane perennemente legato del quale non sai se puoi fidarti o meno, che non sai se davvero nel suo cuore ti ha scelto come compagno?”.

Nicola per un lungo momento mi ha fissato con i suoi occhioni nocciola, poi ha scosso il capo. Lentamente si è chinato, lentamente ha aperto il moschettone e ha liberato il suo cane.

Iside è partita come una palla di fucile ( pochi cani al mondo racchiudono nel loro movimento la grazia, l’eleganza, l’energia di un basenji).

Credo che anche le colline, in quel momento, e gli alberi attorno, abbiano trattenuto il respiro.

Poi, sempre alla velocità di un piccolo missile terra-aria, Iside ha invertito la rotta e , ventre a terra, orecchie indietro in posizione aerodinamica, si è diretta verso mio figlio e davanti a lui si è piantata, fissandolo.

Ha allungato il collo come solo lei e tutti i basenji al mondo sanno fare e ha lanciato il suo grido di guerra: <<Gro-o-ooo>>.

Sono qui, voleva dire, sono qui da te, sono felice, sono la migliore cacciatrice al mondo.

Solo allora tutti abbiamo ripreso a respirare. D’altra parte nelle terre selvagge dove vivono i Basenji, non è possibile che esistano cani randagi o fuggiaschi, sarebbero facile preda di iene e leopardi. Solo a fianco dell’uomo i piccoli cani possono sopravvivere. Ma questi uomini sono veri capobranco anche se non hanno mai seguito corsi di etologia e comportamento canino e i loro cani non sentono il bisogno di scappare per cercarsi un leader. E’ chiaro che se davanti al nostro amico peloso noi ci poniamo come gregari e appena lui va in una direzione noi lo seguiamo correndo, pensando di perderlo, o se ritarda nel tornare al richiamo invece di premiarlo perché ci è tornato al fianco, lo sgridiamo per il ritardo (concetto incomprensibile per un cane), ecco che la nostra figura ai suoi occhi comincia a perdere valore. E allora basterà il cancello mezzo aperto o la porta socchiusa perché il nostro Fido si catapulti verso la libertà. Ovvio, abbiamo cominciato ad insegnargli che il capobranco è lui e che può andare e tornare quando vuole. Se vogliamo che il cane si fidi di noi, dobbiamo noi per primi fidarci di lui. La fiducia viene dalla conoscenza e genera rispetto ed affetto. Di solito, tutti sono pronti a punire, pochi sanno premiare, pochissimi sanno essere giusti capobranco. La mente del cane, di tutti i cani, è strutturata in modo tale che per esso sia facile inserirsi in un branco. Per lui la democrazia è un concetto vuoto perché, dal barboncino all’alano, dal chihuaua al molosso, tutte le razze rappresentano sfaccettature del Grande Nonno, il Lupo. E un branco di lupi democratici non è mai esistito. Specialmente le razze più antiche come i Basenji o i Lajka, conservano intatto il linguaggio del lupo. Davanti ad una persona essi si pongono in maniera così semplice e diretta che chi ha avuto- e amato- cani di questo tipo sa che onestà è un attributo difficilmente applicabile ad un umano se misurata con l’onestà di uno di questi cani. I loro occhi limpidi ti scrutano fino in fondo all’anima, davanti a loro sei nudo perché essi guardano le cose che davvero contano in una persona: sincerità, sicurezza, coerenza, umanità, capacità di autocritica, dolcezza, senso del magico e del”possibile”. Se queste qualità mancano a nulla serviranno minacce e punizioni o, peggio, tentativi di corruzione e inganni. Perché in essi, cani primordiali, negli oscuri recessi della loro antica memoria, si annida il ricordo delle lunghe notti passate accanto ai primi fuochi degli umani, barriere guizzanti contro presenze inquietanti e mortali. Dividere insieme all’uomo i rischi e i piaceri, la caccia e il cibo, accoccolarsi vicini e trarre piacere dalla presenza del compagno.

Questo è il succo dell’amicizia con un cane.

Questo è ciò che lui ricerca.

I cani si aspettano dal loro umano un rapporto schietto e privo di sovrastrutture.

Si aspettano fiducia incondizionata.

In cambio ti danno una sola cosa: il loro cuore.

Basenji

Il Basenji è un cane antichissimo, originario del Congo, ma molto diffuso in Egitto ai tempi dei Faraoni. Venne portato in Europa dagli esploratori britannici ed in effetti possiamo dire che è la Gran Bretagna la sua patria “moderna”. Ormai è presente in tutto il mondo. In Africa è stato da sempre utilizzato come cane da caccia, come guida nella selva e guardiano dei villaggi. Nonostante la piccola mole ( circa dieci chili di peso) possiede un carattere fortissimo. Inoltre è robusto e vivace, piuttosto indipendente. E’ un cane che non si concede a tutti, è lui a scegliere le persone con cui lasciarsi andare a momenti di tenerezza: un Basenji non si vende per un bocconcino. Ha il pelo corto di colore fulvo o tricolore o tigrato (brindle) con marcature bianche. La coda è portata arricciolata sul dorso. L’andatura, da piccolo purosangue, è leggera ed agile. Dotato di forte istinto predatorio, non convive facilmente con animali da cortile ed inoltre è spesso combattivo con i suoi simili dello stesso sesso. Ama arrampicarsi e odia il freddo e l’umidità. E’ un cane estremamente pulito. Non abbaia ma emette un verso simile ad uno jodel tirolese.

 

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